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La conformazione dei fondali marini, gli adattamenti e le strategie per sopravvivere in mare, le risorse, le tecnologie e le nuove ricerche con un occhio di riguardo alla storia del mare nostrum e dei suoi abitanti.


Settimanale - n. 28 del 23 dicembre 2011 - anno I
IL CAPITONE È FEMMINA
 
Anguilla europea
Anguilla europea (Anguilla anguilla)
 
Siamo vicinissimo a Natale e la tradizione ci ricorda che in tavola bisogna portare il Capitone ovvero la femmina dell’anguilla, molto più grande del maschio e lunga fino a un metro e mezzo.
Sicuramente conosciamo il suo sapore e le ricette migliori per cucinare le sue carni molto grasse (circa 24 g di grassi su 100 g di prodotto fresco).
Preparato in umido o anche fritto, gli avanzi il giorno successivo preferiamo consumarli marinati in aceto aromatizzato con origano, alloro, aglio e pepe. Sappiamo molte cose sul nostro capitone, ma forse non tutti conoscono il suo affascinante viaggio.
Partiamo da lontano, quando ancora sia Plinio il Vecchio che Aristotele erano convinti che le anguille si generassero spontaneamente dal fango!
Solo alla fine dell’ottocento alcuni studiosi italiani ( Grassi, Raffaele e Calandruccio) riuscirono a seguire la metamorfosi dei leptocefali (stadio larvale dell’anguilla) e suggerirono che questo pesce doveva riprodursi in acque profonde.

Il danese Schmidt, seguendo le migrazioni dei giovani, sostenne che il luogo di riproduzione di tutte le anguille fosse nel Mar dei Sargassi (in prossimità delle Bermuda) dove si trovavano le larve di anguilla molto piccole e dove terminava il lungo viaggio dei genitori per deporre i loro gameti ad una profondità di 400 metri.
Non dimentichiamoci che, a causa del peculiare ciclo riproduttivo, questa specie non è allevabile in cattività e i ripopolamenti delle valli da pesca vengono effettuati catturando i giovani al loro ritorno dalla migrazione.
Quindi un’anguilla maschio o femmina che sia, come i salmoni del Pacifico, ha in mente una sola cosa, migrare, cercare il compagno e riprodursi in una determinata zona del mondo.
La larva della giovane anguilla dal Mar dei Sargassi viene trasportata dalla corrente del Golfo e del Nord Atlantico verso le coste dell’Europa e del Nord Africa, il viaggio è molto lungo per raggiungere la meta dove poter crescere nei prossimi 5 o 15 anni in tranquillità. I maschi si stabiliscono nelle acque salmastre delle foci dei fiumi, ma le femmine continuano il loro viaggio nuotando controcorrente verso l’interno, stabilendosi in specchi d’acqua che non hanno nessun legame con il mare.
A maturità sessuale, in un giorno di autunno, avrà inizio una nuova migrazione, le femmine raggiungeranno i maschi alla foce dei fiumi pronte ad intraprendere una lunga migrazione di circa 7.000 km verso il Mar dei Sargassi. Un viaggio affascinante ma senza ritorno.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 26 del 9 dicembre 2011 - anno I
HO VISTO "SOLO" DELLE CASTAGNOLE
 

Castagnola (Cromis chromis)
 
Molto spesso quando ci si immerge o si fa snorkeling nei nostri mari, capita di risalire in superficie e sussurrare questa tristissima frase: «non ho visto niente, c’erano sole delle castagnole!».
In realtà questi pesci poco apprezzati dai subacquei in generale e molto facilmente visibili, hanno il grande difetto di non essere particolarmente colorati come ad esempio le donzelle o le triglie e non hanno neppure una forma curiosa come quella del pesce spatola… insomma passano un po’ inosservati.
Pochi sanno però che le nostre castagnole, con la loro comunissima forma di normale pesce di color marrone, sono le sole rappresentanti in Mediterraneo della famiglia dei Pomacentridae (uno dei più grandi gruppi di pesci tropicali e subtropicali presenti nelle barriere coralline di tutto il mondo - più di 300 specie- . Per intenderci, le nostre castagnole,fanno parte della stessa famiglia del famoso pesce pagliaccio).
Il nome scientifico della famiglia delle castagnole ( e del famoso Nemo) deriva dal greco (Poma -opercolo e centron -spina) e descrive appunto l'opercolo branchiale munito di spina che caratterizza questa famiglia.
La castagnola diffusa in Mediterraneo e nell’Atlantico orientale abita in prossimità

dei fondali rocciosi poco profondi e normalmente si trova in aggregazioni di moltissimi individui a formare un’intensa “nube”.
Al contrario dei Pomacentridi tropicali, che possiedono territori permanenti per tutto l'arco dell'anno, la castagnola è un pesce "temporaneamente” territoriale.
La riproduzione avviene in estate e dopo la nascita i piccoli vengono accuditi esclusivamente dai maschi. Il nido è costituito dalla porzione di roccia pulita da alghe ed incrostazioni, e attorno ad esso i maschi iniziano ad esibire i tipici segnali di corteggiamento. Questo rituale è piuttosto complesso ed è caratterizzato da "salti segnalatori", che i maschi compiono nella colonna d'acqua disegnando traiettorie circolari ed ovali a partire dal nido ed accompagnandole con battiti della coda. Le femmine, quindi scendono sui nidi e rilasciano uova adesive, che vengono fertilizzate e in seguito curate dai maschi fino a schiusa avvenuta, ventilandole, proteggendole dai predatori e rimuovendo parassiti ed eventuali uova morte. Al termine delle cure parentali i maschi abbandonano il nido e tornano nelle aggregazioni alimentari. Un ciclo riproduttivo dura generalmente 5 - 10 giorni.
Le giovani castagnole hanno una meravigliosa colorazione blu elettrico che crescendo perdono gradatamente fino ad arrivare al colore marrone scuro o nerastro che caratterizza gli adulti.
Anche se il valore commerciale di questo piccolo pesce nei mercati è inesistente e non lo incontreremo mai in nessuna ricetta, il nostro simpatico “parente di Nemo” rimane un compagno di immersioni facile da individuare e sempre presente.
Ora risaliamo finalmente in superficie e urliamo: «ho visto delle interessantissime castagnole!!!»

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 25 del 2 dicembre 2011 - anno I
Il PLANCTON
 
Il Placton

Con il termine Plancton (dal greco, vagante) si individua tutto ciò che è trasportato dalle acque, ovvero tutti quei microrganismi, sia animali che vegetali, che vivono sospesi nella massa d’acqua e che vengono trasportati passivamente dai venti, dalle onde e dalle correnti, sebbene alcuni di loro siano anche dotati di movimenti propri.
Questa caratteristica differenzia il plancton dal necton, che invece comprende organismi in grado di opporsi al movimento del mare, o dal bentos che individua organismi ancorati ad un substrato fisso e quindi immobili.
Il plancton è un elemento fondamentale della catena alimentare e rappresenta una fonte alimentare essenziale per molti organismi marini, grandi e piccoli (detti, appunto, planctofagi), che lo utilizzano catturandolo attraverso filtrazione o vorticazione.
Il plancton si può suddividere in fitoplancton, costituito dai microrganismi vegetali e zooplancton, che riunisce i microrganismi animali. Appartengono al fitoplancton alghe unicellulari e organismi flagellati che si ritrovano prevalentemente negli strati superficiali della massa marina, dove l’intensità luminosa è tale da permettere loro di svolgere l’importantissimo processo biochimico della fotosintesi.
Lo zooplancton è diviso essenzialmente in due grandi gruppi, il meroplancton che comprende fondamentalmente le forme giovanili di molte specie animali e marine (uova e larve) e l’oloplancton che comprende tutti quegli organismi che in forma plantonica compiono l’intero ciclo vitale.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 21 del 4 novembre 2011 - anno I
LA DANZA DEI TENTACOLI
 
 
Alcuni vengono scambiati per piante, altri rimangono nascosti nel terreno per gran parte della vita. Gli spirografi fanno parte del Phylum degli Anellidi policheti, animali cosmopoliti marini che contano più di 8.000 specie. Le specie più conosciute in Italia sono lo “Spirografo Spallanzani” e la “Sabella Pavonina”.

Non molto lontano dai nostri comuni lombrichi, gli spirografi hanno sicuramente più fascino, forse perché noi vediamo solo l’armonia danzante dei loro variopinti tentacoli, ma l’animale vermiforme si nasconde nel tubo membranaceo o di natura calcarea che si è costruito e al’interno del quale vive.

I variopinti tentacoli, non sono altro che parte di un apparato boccale specializzato nella cattura del cibo sospeso ( plancton e particelle organiche in sospensione) e deputati ad assicurare gli scambi respiratori, infatti tutti i vermi tubicolari praticano un’alimentazione sospensoria.

Quella che a noi sembra una bellissima danza, è il loro modo per respirare e nutrirsi.

Katia Rossi

 

COME RIESCE A MANGIARE UNA SOGLIOLA?
 
Sogliola (Solea vulgaris)
Foto presa dal sito afyacht.com
  Immaginate di essere piatti, appoggiati al fondo del mare e di dover anche cercare un modo per nutrirvi.
Ma andiamo con ordine, la conosciutissima sogliola comune (Solea vulgaris) diffusa dal Mediterraneo alle coste dell’America settentrionale fino alla Norvegia appartiene alla Classe degli pesci ossei (Osteichthyes) che comprende più di 20.000 specie note, il che fa dei pesci ossei il più grande gruppo dei vertebrati utilizzati dall’uomo a scopo alimentare.
La nostra conosciutissima sogliola è quindi un importante pesce commestibile che viene pescato industrialmente. Certo è un pesce particolare…è asimmetrico con entrambi gli occhi situati sullo stesso lato del capo e ha un corpo fortemente compresso con pinne dorsale e anale costituenti una frangia lungo i margini del corpo. Vive adagiata su un fianco, con la superficie inferiore non pigmentata.

Gli stadi di sviluppo precoci presentano simmetria bilaterale (come tutti i pesci) ma il pesce presto di adagia su un fianco e l’occhio “inferiore” migra intorno al corpo portandosi vicino all’altro sulla superficie superiore.
Per le specie asimmetriche che vivono sul fondo come le sogliole e i rombi anche la bocca è asimmetrica e lo stratagemma è di avere il lato inferiore meglio armato di denti per catturare le prede con maggior facilità. Si nutre di invertebrati crostacei, molluschi, vermi e piccoli pesci. Ecco risolto un altro spettacolare adattamento (forma del corpo, migrazione dell’occhio e lato della bocca inferiore armato di denti) fanno della comune sogliola, un animale estremamente interessante.

Katia Rossi

 

CHE BOCCA GRANDE CHE HAI...
 
Lophium americanus
Lophium americanus Foto presa dal sito njscuba.net
  Strategie, adattamenti e soluzioni per nutrirsi ecco come molti pesci sono riusciti ad assicurasi la cena!
La maggior parte dei pesci, anche i giovani delle specie erbivore sono predatori, si nutrono di piccoli animali acquatici o di altri pesci. I metodi di alimentazione variano. Molti pesci afferrano e circondano la loro preda con le mascelle, altri succhiano il nutrimento espandendo la bocca e le camere opercolari.
In genere i pesci sono muniti di denti di forma diversa a seconda del tipo di cibo, i denti possono essere presenti anche sulla lingua, sul tetto della bocca, e nella gola.
Molto di effetto è il modo di nutrirsi del pesce arciere (Toxotes) della regione indo pacifica si ciba di insetti che volano sopra il pelo dell’acqua che cattura sputando contro di essi gocce d’acqua.
Le acciughe nuotano con la bocca aperta e filtrano piccoli organismi dall’acqua

servendosi delle sottili branchiospine (molto sviluppate in questi pesci come in tutti le specie plactofaghe).
Alcuni pesci come il Lophium americanus (foto) ingerisce la preda aprendo la bocca all’improvviso con un movimento mascellare complesso. Le mascelle dei pesci sono le più complesse tra i vertebrati probabilmente perché prendere l’alimento aspirandolo o circondandolo con le mascelle non implica un’eccessiva inclinazione dell’asse del corpo, una posizione potenzialmente pericolosa che ritarderebbe la fuga.
In alcuni pesci abissali (Salmoniformi) la bocca può essere estremamente divaricata grazie alla forma modificata di alcune vertebre, il capo può essere spinto all’indietro e la bocca in avanti mentre le parti dello scheletro che circondano il cuore e le branchie sono spinte in basso all’indietro, fuori dal cammino che percorrerà la preda mentre viene ingoiata (permettendo così di ingoiare prede estremamente grandi). Questo adattamento è sicuramente il risultato di una condizione estrema di sopravvivenza dove la risorsa cibo è davvero molto limitata.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 19 del 21 ottobre 2011 - anno I
QUANDO È IL MASCHIO A PRENDERSI CURA DEI PICCOLI
 
Gasterosteiformes
Cavalluccio marino - Ordine Gasterosteiformes
  In natura non capita molto spesso, ma in alcune specie di pesci, i maschi sono dei genitori provetti e si prendono amorevolmente cura della propria prole al posto delle femmine. Scopriamo perché.

Il beneficio delle cure parentali - le cure che portano esclusivamente o prevalentemente alla sopravvivenza di nuovi individui con i loro stessi geni - si traduce in un aumento di sopravvivenza dei giovani. I pesci maschi che praticano la cura della prole (Ordine Gasterosteiformes , di cui fanno parte lo spinarello e il cavalluccio marino) sono quasi sempre territoriali e difendono un sito dove arrivano le femmine per accoppiarsi e deporre le uova. In questo modo è vero che i maschi avranno una diminuzione degli accoppiamenti causata dal tempo impiegato nelle cure parentali, ma anche vero è che il pesce maschio mentre cura il territorio cura anche le uova che ha fecondato. Inoltre il possesso del territorio e la contemporanea presenza di uova possono indurre altre femmine a considerare attraente quel maschio aumentando così il suo successo sessuale. Quindi il rapporto costi - benefici rende particolarmente favorevole la situazione del maschio che si prende cura della prole.

Per il pesce femmina invece le cure parentali implicano un incredibile costo in fecondità che pagherà in futuro, sarà destinato a perdere dimensione perché difficilmente potrà nutrirsi e il calo di dimensioni avrà grande influenza sulla sua riproduzione.

Per concludere, nei pesci il comportamento parentale maschile è probabilmente il risultato evolutivo del fatto che per i maschi le attività parentali risultano meno costose che per le femmine e non tanto dal fatto che essi traggono un guadagno maggiore da questo comportamento di aumento di sopravvivenza dei figli.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 13 del 9 agosto 2011 - anno I
LA MURENA, SINUOSA SIGNORA DEI MARI
 
  Anche i subacquei più esperti davanti a Lei, fanno sempre un passo indietro. Si presenta sinuosa e a fauci spalancate e lascia sempre incantati.
Sebbene nativa del Golfo di Carige (golfo situato nell'Oceano Atlantico a sud-ovest della Spagna), i Romani furono capaci di allevarla all’interno di semplici, ma ingegnose strutture chiamate Peschiere.
In età imperiale veniva considerata un’autentica prelibatezza, ma guai a sognarla, era gran brutto segno sognare pesci come l’anguilla, la murena e il gronco, tutti preannunciavano fatiche inutili e speranze che sfuggono di mano, poiché “sgusciano” vai dalle mani.
Si favoleggiava sulla voracità e l’antropofagia della murena, considera in quell’epoca, alla stregua di un animale domestico. Le murene di miglior qualità provenivano dallo stretto di Messina: l’importazione da luoghi lontani non spaventava i Romani, disposti a spendere veri patrimoni per consumarle grigliate o bollite.
Le murene appartengono all’ordine degli Anguilliformi hanno un corpo serpentiforme, leggermente compresso ai lati e non ricoperto da scaglie, ma nudo e ricoperto da muco.

Le pinne pettorali e ventrali sono assenti mentre la pinna dorsale e l'anale si prolungano senza discontinuità dalla testa alla coda mentre sul lato ventrale questa pinna è più corta.
Predatori, cacciano pesci, molluschi (soprattutto cefalopodi come i polpi) e crostacei, possono arrivare a un metro e trenta di lunghezza e pesare fino a 15 chilogrammi. La riproduzione avviene nei mesi invernali.
Nel mar Mediterraneo è molto comune la specie Muraena helena che si cattura con reti da posta, palamiti e lenze di vario tipo. È anche una tipica preda dei pescatori subacquei.
Amante di anfratti, cunicoli lunghi e stretti che si addentrano nella scogliera, si può trovare nei pressi della superficie ma anche in profondità, l’importante che nei paraggi ci sia un nascondiglio adatto al suo carattere introverso e scostante.
Di norma solitaria e cacciatrice notturna reagisce solo se disturbata e di fronte ad un subacqueo scappa sempre. Non approfittate però della sua pazienza perché i morsi di questi pesci sono piuttosto dolorosi e nella saliva è presente in quantità minime una tossina che può provocare fastidiose infezioni.

Katia Rossi

 

LE SPUGNE, ANIMALI MOLTO SEMPLICI ANCORATI AL TERRENO
 
Aplysina aerophoba
Aplysina aerophoba
  Pur essendo considerate dei veri e propri animali, le spugne sono esseri estremamente primitivi; infatti non possiedono organi e neppure tessuti veri e propri, somigliando più ad una colonia di organismi unicellulari che ad un organismo pluricellulare.
Le spugne vivono ancorate al terreno e possono avere dimensioni variabili, da pochi millimetri ad oltre un metro. Anche le forme ed i colori di questi organismi appaiono estremamente eterogenei; le spugne, infatti, possono essere incrostanti, globose, arborescenti, tubolari, a coppa e così via; la loro colorazione è spesso molto vivace e varia dal rosso al giallo, dal viola al bianco, dal nero al blu.
La struttura corporea delle spugne è costituita da una massa cellulare sorretta da una impalcatura di sostegno, di solito costituita da piccoli elementi calcarei o silicei chiamati "spicole"”, pertanto la loro consistenza può essere mutevole, soffice, dura, elastica o molle.
La superficie delle spugne, invece, è comunque porosa (da cui il termine “poriferi”, usato per indicare le spugne, ovvero "portatori di pori").

Attraverso queste aperture l'acqua circola all’interno dell’animale, entrando dai pori più piccoli (detti "osti") ed uscendo da quelli più grandi (gli "osculi"): filtrando l’acqua le spugne trattengono le sostanze nutritive che utilizzano per vivere.
La riproduzione delle spugne avviene sia sessualmente, sia asessualmente, di solito per gemmazione.
Diffuse in tutti i mari, le spugne assumono forme particolarmente vistose nelle acque tropicali ed in particolar modo ai Carabi. Esistono oltre 10.000 varietà di spugne conosciute, tra queste sono famose le spugne commerciali, pescate professionalmente anche nel Mar Mediterraneo e cioè la "Spugna fine" (Spongia officinalis) , l’"Orecchia d’elefante" (Spongia agaricina) e la "Spugna comune" (Hippospongia communis).

Katia Rossi

 

QUANDO LA CERNIA DIVENTA MASCHIO
 
  Femmine da giovani e maschi da vecchi, il miracolo della natura aggiustato dall’evoluzione.
Nascere femmina e poi trasformarsi in un maschio. Non deve essere poi così facile la vita di questi grossi pesci dalle carni pregiatissime presenti in tutto il Mediterraneo e nell’Atlantico. Scopriamo chi sono e come vivono le grosse cernie dei nostri mari.
Pesce di tana per eccellenza e fortemente territoriale, la cernia ha un corpo robusto, può raggiungere il metro e mezzo di lunghezza e pesare fino a 60-70 kg. Vive presso fondali rocciosi ricchi di grotte e anfratti dalla superficie fino ad un centinaio di metri. Raggiunge un’età di 40-50 anni. Con la sua bocca ampia e denti inclinati verso l’interno è un predatore che si nutre prevalentemente di molluschi cefalopodi, crostacei e pesci.
Di norma preferisce inghiottire e triturare la preda con pesanti placche dentarie posizionate all’interno della faringe.
La riproduzione in mediterraneo avviene in estate, quando gli individui sessualmente maturi si raggruppano in aree a profondità di 15 -30 metri per emettere gameti (uova e spermatozoi).

Ogni individuo, nel corso della crescita, inverte il proprio sesso: per i primi 10 -12 anni ogni cernia è femmina, dopo i 12 anni diventa maschio (ermafroditismo proteroginico). Le femmine raggiungono la loro maturità sessuale quando la loro lunghezza e di circa 40 cm, i maschi quando è di circa 80 cm.
Quindi cari amici subacquei, una cosa è certa, i maschi sono sempre più grandi e più vecchi delle femmine e di solito hanno un harem composto da un numero di femmine variabile da tre a quindici. Nel caso, molto raro, che nelle vicinanze del gruppo non esista nessun maschio, la femmina di dimensioni maggiori si trasforma in tempi molto brevi in un maschio.
Care Signore nel mondo delle cernie, non esistono femmine anziane… forse è questa la strategia da adottare per non invecchiare mai?
Attenzione però ai risvolti… nessuna femmina incontrerà mai maschi più giovani di lei.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 12 del 2 settembre 2011 - anno I
IL “PAN DO MA” DELLA LIGURIA
 
Acciuga o alice (Engraulis encrasicholus)
Acciuga o alice (Engraulis encrasicholus)
  L’acciuga è una tipica varietà di pesce azzurro che in Liguria oggi vanta un riconoscimento europeo, l’Indicazione geografica protetta (Igp). In particolare le “Acciughe sotto sale del Mar Ligure” sono caratterizzate da una qualità che dipende dalla loro origine geografica. Nel loro nome popolare il “pane del mare”, si racchiude, appunto, un mondo per diversi motivi: sono il pasto principale di tutti i pesci predatori, ma anche l’alimento tradizionale dei pescatori e di chi ha vissuto di mare e per il mare in Liguria. Piatto della tradizione interamente preparato in Liguria, grazie alla salinità del Mar Ligure, al

particolare clima regionale ed all’antica pratica di conservazione sotto sale mantiene un sapore antico e unico, a metà tra sapidità e delicatezza, che non si dimentica facilmente e che lo rende famoso ben oltre il loro territorio di produzione. Sono un’autentica prelibatezza le acciughe conservate in olio extravergine di oliva di Monterosso. Il metodo di pesca con cui da sempre le acciughe vengono catturate in Liguria è la “lampara”, o con la rete “a cianciolo”, sistemi a circuizione, e spesso la pesca, la lavorazione e la conservazione del pesce avveniva all’interno dello stesso nucleo familiare del pescatore: erano infatti le donne della famiglia ad attendere i propri uomini al rientro dal mare ed a compiere i passaggi necessari per le diverse tecniche di conservazione di questo pesce - che si sono via via raffinate a partire dal XII secolo - come la salatura, la affumicatura e la conservazione sott’olio.
Pescate quando raggiungono la maturità sessuale e una pezzatura dai 12 ai 20 cm vengono riposte immediatamente in cassette di legno e lavorate entro le 12 ore. Le acciughe vengono innanzitutto private della testa ed eviscerate, poi lasciate asciugare per qualche ora, quindi disposte a raggiera in speciali barili di legno o vasi di terracotta, ricoperte a strati da sale marino. In questo stato esse “riposano” sotto pressione per poco meno di due mesi ed avviene una sorta di “maturazione” della polpa del pesce, che assume un caratteristico colore marrone chiaro. Quindi avviene il passaggio ai vasi di vetro, le “arbanelle”, ancora sotto sale oppure immerse nell’olio.
Naturalmente le acciughe sono eccezionali anche consumate fresche, in tanti modi, tra cui quello ligure di prepararle ripiene panate e fritte.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 11 del 26 agosto 2011 - anno I
COSA SI MANGIA DI UN RICCIO DI MARE? PENSI ALLE UOVA? NO SONO GONADI
 
Sistematica del riccio di mare
foto Max Calzia
Sistematica del riccio di mare Sottoregno: Metazoi;
Tipo:Echinodermi; Classe: Echinoidi
  Molti di noi hanno almeno una volta assaggiato i ricci di mare, crudi o in una bella spaghettata estiva…ma davvero sappiamo cosa stiamo mangiando?

Nei mari italiani ci sono circa 25 delle 850 specie viventi di Echinoidei che si dividono in regolari e irregolari a seconda della loro simmetria: a simmetria raggiata pentamera i primi e simmetria bilaterale i secondi.

In Italia, alcune specie regolari come la Arbacia lixula (ordine Arbacioida - famiglia Arbaciidae) conosciuta come "riccio nero" o "riccio maschio e la Paracentrotus lividus (ordine Echinoida - famiglia Echinidae) conosciuta come "riccio viola" o "riccio femmina" - la specie che normalmente nel Mediterraneo siamo abituati a mangiare - sono diffusi a tal punto da infastidire le nostre camminate in acqua. Attento ai ricci! Quante volte lo avete sentito dire? Tante, ma da ora in poi state attenti non solo a calpestarli, ma anche ad osservarli con attenzione. Ne vale veramente la pena.

Conosciuti già dagli antichi greci e romani come “frutti di mare”, ne venivano sfruttate anche le proprietà medicinali e già nell’antichità la parte che normalmente veniva apprezzata dai buongustai era quella sostanza arancione posizionata internamente al riccio nella parte superiore (emisfero aborale).

Ma andiamo con ordine: nei ricci, di mare come in tutti gli echinodermi i sessi sono separati e non esiste dimorfismo sessuale in quanto i maschi e le femmine sono del tutto simili tra loro. La fecondazione avviene esternamente espellendo i prodotti germinali dei 2 sessi direttamente nell’acqua. Tale operazione è riscontrabile dalla presenza di materiale simile a una nuvoletta chiara o a un fiotto opaco. Al contatto dei gameti (le cellule riproduttive) con l’acqua fa subito seguito la fecondazione, che dà luogo alla formazione di una larva planctonica trasportata dall’acqua.

In sintesi quindi non possiamo distinguere il riccio maschio dalla femmina perché identici (sono erroneamente chiamati maschio e femmina ma sono due specie diverse) e la fecondazione del seme avviene all’esterno del riccio quando i prodotti maschili e femminili si incontrano.

Non avete ancora capito cosa mangiamo del riccio? Scopriamo allora come è fatto l’apparato riproduttore. L’apparato riproduttore del riccio sia maschio che femmina è formato da cinque gonadi (che sono la parte edule, quella che normalmente mangiamo) unite tra loro da filamenti e quando sono mature appaiono voluminose e di colore aranciato più o meno intenso.

Ma cosa sono le gonadi? Se proprio vogliamo fare un paragone umano; le gonadi femminili si dicono ovaie e producono gli ovociti. Quelle maschili sono dette testicoli e producono gli spermatozoi.

La parte di comunicazione delle gonadi con l’esterno è la parte opposta alla bocca (quella che non tocca il substrato dove c’è la bocca con la sua complicata formazione) … si esatto, i ricci di mare visti da sopra ci mostrano sempre il loro “lato B” al cui interno ci sono le gonadi che mangiamo.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 10 del 19 agosto 2011 - anno I
QUANDO IL MARE MANGIA TROPPA SPIAGGIA
 
  Sembra un vero e proprio bollettino di guerra, di una guerra che stiamo amaramente perdendo. L’erosione costiera ha colpito duramente le spiagge italiane e il minore dei mali è che gli stabilimenti balneari ritrovatisi con decine di metri di arenile in meno, hanno dovuto cancellare le convenzioni con gli hotel. Dove? In molte località italiane quest’anno, ma è una storia vecchia…

Pochi anni fa, dei circa 3250 km di spiagge italiane, una quota compresa tra il 20 e il 50% era stata aggredita dall'erosione, con punte del 54% nel Lazio, del 57% nella Toscana, dell'81% nel Molise e addirittura del 98% in Basilicata.

All’inizio di questa estate 2011, le “povere” coste salentine maggiormente flagellate dall’erosione chiedevano i ripascimenti finanziati dalla Regione Puglia, seguite dalle coste salernitane con i sindaci della fascia costiera allarmati dall’erosione marina. La Regione Toscana decideva di dare il via al programma di opere urgenti utili a mitigare il rischio idrogeologico e difendere i centri abitati dall’erosione costiera. Metaponto in Basilicata il 30 giugno, si riteneva sconfitta dal mare…

A determinare l'avanzamento o meno della linea della costa è un meccanismo complesso. I fiumi, nella loro corsa, demoliscono i rilievi, modellano e trasportano i detriti, prima nelle pianure e poi nel mare. Così facendo, contengono l'azione erosiva e distruttrice dei mari, ed anzi permettono nel lungo periodo alle terre emerse di avanzare: in questo modo è nata, ad esempio, la Pianura Padana.

C'è però anche da dire, a riprova della scarsa conoscenza che abbiamo di questi fenomeni, che circa un secolo e mezzo fa le spiagge italiane hanno cominciato lentamente a ritrarsi. Il guaio è che, a causa dello stravolgimento dell'equilibrio fiumi-mari, negli ultimi trent'anni si sono messe a correre. Il mare ha cominciato a mangiarsele per il minor apporto dei fiumi, dovuto all'asporto incontrollato di materiali inerti (ciottolame e brecce), ma determinato anche da dighe, sbarramenti, argini, resi spesso necessari da incontrollate forme di urbanizzazione. Che detto in altre parole, significa questo: prima si costruisce in luoghi a rischio, ad esempio nei lungovalle a ridosso dei letti dei fiumi, e poi si è costretti a cementificare letti e sponde dei corsi d'acqua, chiudendoli in pratica in "autostrade" che dovrebbe farli arrivare senza danni fino al mare.

I fiumi sono derubati dei loro ciottoli, immobilizzati in camicie di forza di cemento armato, stravolti nel loro assetto idrografico: perchè meravigliarsi se non riescono a fare i "trasportatori", come nel passato, e magari ogni tanto buttano tutto all'aria con qualche devastante inondazione?

Il fenomeno dell'erosione delle coste ha forti ripercussioni sul paesaggio e sulle attività socio-economiche delle Regioni costiere. L'intreccio tra dinamiche naturali e fattori d'impatto antropici rende complessi sia lo studio dei processi erosivi che la progettazione delle relative soluzioni.

Non ci resta che augurare buon appetito al mare?

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 08 del 29 luglio 2011 - anno I
QUANTO È PROFONDO IL MARE, IL PAESAGGIO SOTTOMARINO ITALIANO
 
  Forse non tutti sanno che il 70% della superficie della Terra è costituita da mari e oceani, praticamente esiste una probabilità doppia che un asteroide colpisca un oceano rispetto alle terre emerse. A quale profondità potrebbe quindi arrivare la nostra asteroide caduta in mare?

Quanto è profondo il mare?

La profondità media degli oceani si aggira intorno ai 3.700 metri, l'Oceano Pacifico ha una profondità media di 3.940 metri, l'Oceano Artico di 1.038 metri.

La profondità massima è stata misurata nell'Oceano Pacifico nella fossa delle Marianne, con 11.022 metri.

Intorno ai continenti e alle isole si estende una fascia di mare poco profondo, che va dalla costa fino a una profondità di circa 200 m, chiamata "piattaforma continentale". Dal limite della piattaforma inizia la "scarpata continentale" che discende da 200 a 3.000 metri circa.

La scarpata termina nella grande "piana abissale", che costituisce la maggiore estensione dei fondali oceanici e che è caratterizzata da rilievi e fosso. I principali rilievi sono rappresentati dalle creste delle catene montuose sottomarine i cui picchi più alti possono emergere dalla superficie del mare e presentarsi ai nostri occhi come isole. Le principali fosse vanno dai 6.000-7.000 metri di profondità fino agli 11.000 metri e contrassegnano un ambiente biologico particolare, l'adale distinto dall'abissale.

Lasciamo le profondità oceaniche, ricordandoci che il 95% della biosfera (l'insieme delle zone della Terra in cui le condizioni ambientali permettono lo sviluppo della vita) si trova sott’acqua e al buio e avviciniamoci al nostro mare, il Mediterraneo, la cui profondità media è di circa 1.450 metri.

Il Mediterraneo ha forma stretta ed allungata, secondo i Meridiani, da ovest a est, mentre l'estensione in latitudine è molto minore, sicché gode di condizioni climatiche e biologiche abbastanza uniformi. La diretta conseguenza delle vicende che hanno toccato nel tempo l'intero Mediterraneo: i movimenti tettonici che generano le catene montuose superficiali in atto da milioni di anni, l'accumulazione di depositi trasportati dalle correnti e dai fiumi e varie forme di disseccamento hanno portato all’attuale conformazione dei fondali dei mari italiani.

Il "paesaggio" sottomarino italiano oscilla tra il variegato e il monotono, con profondità che scendono a 3.000 metri vicino al nord della Sardegna e a 3.700 metri a sud delle Isole Ponziane nel Mar Tirreno, e il bacino settentrionale del Golfo di Trieste che non arriva neppure a 250 metri. Immergendoci infatti nella costa della Sardegna orientale, in quelle della Calabria Ionica e della Riviera ligure di Ponente dovremmo attrezzarci quasi come per una discesa della montagna, subito dopo pochi chilometri dalla riva, mentre se facessimo lo stesso a partire dalla Riviera Adriatica, saremmo sopraffatti dalla monotonia di un immensa pianura, costruita in milioni di anni dall’apporto di detriti del fiume Po. All’altezza delle Tremiti ci caleremmo invece in una grande vallata sottomarina dai pendii relativamente dolci. Così se scendessimo nella piattaforma adiacente a Piombino, prima di calarci nella grande fossa del Bacino Tirrenico, dai versanti solcati da profondi canyon, ci imbatteremmo in una imponente formazione montuosa: l’isola d’Elba.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 07 del 22 luglio 2011 - anno I
UN PROTAGONISTA DELLA STORIA: IL MEDITERRANEO
 
  Dire Mediterraneo e pensare Italia. Il mare è il protagonista principale della storia di una penisola e il mare nostrum ne condiziona da sempre gli usi, i costumi e le scelte politiche e sociali.

Un solo mare, molte culture… chiunque riconosce l’unicità del suo complesso ecosistema e dei suoi flussi culturali che articolano il Mediterraneo in tanti mediterranei minori e aprono finestre su una miriade di paesaggi diversi.

Si privilegiano i richiami esotici, naturalistici e archeologici lasciando nell’oblio le brutture della industrializzazione e della cementificazione selvaggia. Ma le diversità si ricompongono comunque nelle unicità dei primati che la regione del Mediterraneo raggiunge nel retaggio delle civiltà primigenie, delle grandi religioni, del patrimonio artistico, monumentale ed archeologico, dall’attrazione turistica e della centralità geoeconomica e geopolitica.

Il nostro Mediterraneo evoca dal passato scambi commerciali e navigazioni avventurose che oggi riportano a vie nelle quali scorre la nuova “spezia”: il petrolio.

Il 25% circa delle petroliere mondiali ed il 20% del traffico marittimo di petrolio interessano il Mediterraneo, che costituisce, però, solo lo 0,8% della superficie delle acque mondiali.

Una piccola superficie, ma un elevato traffico di petroliere che aumenta il rischio di incidenti in un mare chiuso da una riva Sud (Africa settentrionale) una riva Est ( Asia minore) e una riva Nord ( Europa mediterranea) che rendono il suo ecosistema unico al mondo, ma nello stesso tempo molto fragile.

In caso di sversamento di petrolio nel nostro mare, i danni sarebbe più gravi che altrove proprio a causa della conformazione chiusa che lo caratterizza.

A causa di queste criticità, si stanno attivando numerose iniziative per la prevenzione e la gestione del rischio ambientale derivante dal rilascio di idrocarburi nei mari italiani, che chiaramente avrebbero senso solo se adottate a livello globale. In tale ottica è in corso la ratifica da parte italiana del “Protocollo per la protezione del Mar Mediterraneo dall’inquinamento risultante dall’attività di esplorazione e sfruttamento della piattaforma continentale, il fondale marino e il sottosuolo marino” (Protocollo offshore della Convenzione di Barcellona).

Comunque sia, dalla sorveglianza del petrolio sversato in mare mediante osservazioni satellitari dell’ASI ( Agenzia Spaziale Italiana) alla realizzazione di un sistema modellistico di previsione della circolazione marina mediterranea dell’ENEA il mare nostrum continua ad essere nel bene e nel male… il protagonista.

Katia Rossi