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Navigare, immergersi, fare ricerca, usarne la superficie o sfruttarne le profondità Quanti modi esistono di vivere il mare?
Quali sono i personaggi che vivono e lavorano in modo diretto o indiretto con il mare? Molti più di quelli che pensiamo.
Alcuni li andremo a incontrare, altri li guarderemo da lontano….ma sicuramente tutti avranno una passione comune…indovinate quale?
Diamo il Via alla nostra disordinata ricerca su personaggi noti e non solo che hanno a che fare con il mare.


Settimanale - n. 24 del 6 dicembre 2012 - anno II
VIDEOCLIP ORGINALE "EPPURE SOFFIA" INTERPRETATO DALLA VOCE DI LUCIANO LIGABUE PRODOTTO DAL MINISTERO DELL’AMBIENTE NEL 2008 E MAI RESO PUBBLICO!!!
 
  All’inizio del 2008 il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha prodotto un breve spot e il videoclip musicale ufficiale della canzone “Eppure soffia” di Pierangelo Bertoli, interpretata da Luciano Ligabue.

Mentre lo spot fu lanciato su internet e trasmesso dalle emittenti musicali All Music e MTV, il videoclip non fu mai divulgato in alcun modo per decisione dello stesso Ministero passato in quei mesi sotto la guida del ministro Stefania Prestigiacomo.

A distanza di quattro anni il sito www.vivereilmare.it (il sito della storica e grande campagna ambientalista dedicata in particolare ai giovani) è orgoglioso di poterlo mettere on line a partire dalla mezzanotte del 6 dicembre. Si tratta di un videoclip che narra una storia di frustrazione e ribellione a una realtà che si vuole far apparire immutabile ma il cui cambiamento è invece possibile e dipende da tutti noi.

Questa divulgazione è resa possibile grazie al lavoro dei coordinatori del progetto

per il Ministero dell’Ambiente che nel 2008 seguirono la realizzazione dello spot e del videoclip: Lello Savonardo e Oliviero Sorbini. La diffusione del videoclip è libera da qualsiasi diritto, avendo sia il Ministero che l’artista dato il proprio assenso, già nel 2008, alla massima diffusione del messaggio.

La voce di Luciano Ligabue, la sua interpretazione del brano, le parole e le note che Pierangelo Bertoli scrisse circa venticinque anni fa per comporre una delle sue canzoni più affascinanti, "Eppure soffia", sono gli elementi su cui si volle fondare la omonima campagna di sensibilizzazione per la difesa ambientale promossa dal Ministero, che purtroppo non fu mai portata a termine.

"Eppure soffia" è una bellissima canzone, una delle poche scritte per richiamare l'urgenza di difendere l'ambiente. La campagna fu indirizzata espressamente sull'importanza e la valorizzazione del nostro patrimonio di aree protette. E questo riferimento non è certo casuale: di fronte alla minaccia "globale" del cambiamento climatico e alle emergenze sociali e politiche, c'è infatti la consapevolezza che il maggiore rischio che si possa correre sia che ciò che già appartiene all'umanità venga, anziché valorizzato, considerato scontato se non inutile. Per questo, il Ministero intese richiamare l'attenzione individuale e collettiva su un importante bene comune, quale sono i parchi e tutte le aree protette.

Da sottolineare che Ligabue, uno dei cantanti più amati e seguiti nel nostro Paese, non solo ha voluto concedere la propria disponibilità e collaborazione all'iniziativa, ma ha mostrato, in tutti i suoi concerti, una particolare sensibilità al tema della difesa ambientale, elemento che fa di "Eppure soffia" un vero e sentito appello che l'artista intende condividere con il pubblico.

La scheda del Videoclip
Titolo:

"Eppure soffia. Campagna di sensibilizzazione per l'Ambiente"

Ligabue canta "Eppure soffia" di Pierangelo Bertoli

Regia: Regina Valletta

Produzione: Icc Management srl - E-mail: iccmanagement@gmail.com

Coordinatore del Progetto per il Ministero dell'Ambiente: Lello Savonardo

Durata: 00:04:40.
Il testo dell Videoclip

Sulle immagini in bianco e nero e a colori del videoclip, mentre scorrono le note della canzone, compaiono le seguenti parole:

LIGABUE interpreta "Eppure soffia" di Pierangelo Bertoli Ognuno ha il DIRITTO a un mondo migliore.
Ognuno ha il DOVERE di agire nel presente pensando al futuro.
Ognuno ha il POTERE di proteggere la vita intorno a noi…ORA.


I Parchi e le Aree Marine Protette
Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
www.minambiente.it
 

Settimanale - n. 18 del 1 giugno 2012 - anno II
I PESCATORI FANNO LA SCOPERTA DELL'AMERICA
 
Merluzzi
Merluzzi (foto sito www.albanesi.it)
 

La scoperta dell'America e l'intraprendenza dei pescatori fecero sì che un nuovo, immenso fronte di pesca si aprisse nell'Oceano Atlantico. O, per meglio dire, in una parte di esso: cioè in una zona, posta proprio davanti all'isola di Terranova, nel nord dell'America. Zona che particolari condizioni del fondo sottomarino rendono pescosissima.
Sebbene i vichinghi la visitassero abitualmente e isolati pescherecci la frequentassero ancor prima dell'arrivo di Colombo, fu solo dal 1600 che la zona divenne fornitrice su scala industriale di un tipo di pesci non meno numerosi delle aringhe: il merluzzo.

Pescare merluzzi era pratica che, fatti salvi i rischi sempre presenti in mare, si presentava tutto sommato tranquilla. Ben più ricca di suggestioni e di timori doveva rivelarsi invece un tipo di pesca, dove la vita di chi la praticava era costantemente in pericolo: la caccia alla balena.
Fino all'invenzione, di inizio secolo, delle baleniere moderne, la lotta tra gli equipaggi delle barche e questi enormi cetacei era tutt'altro che scontato. A far affrontare tanti rischi ai pescatori erano le enormi quantità di olio, la carne e tanti altri prodotti che si potevano ricavare da questi cetacei.

La pesca, in generale, ai nostri giorni è ormai lontana dai rischi di pratiche così pericolose e per fortuna la caccia alla balena è vietata nella maggior parte del mondo. Le moderne tecnologie hanno permesso di fare della pesca un'attività piuttosto sicura, questo non significa che abbia smesso di essere un lavoro duro, faticoso, spesso incerto, che, forse proprio per questo, mantiene ancora intatto tutto il suo fascino.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 17 del 25 maggio 2012 - anno II
I ROMANI SCOPRONO L'ALLEVAMENTO DEL PESCE
 
Vasche allevamento pesce
Esempio di vasche per l'allevamento del pesce in epoca romana
 

I romani per secoli si tennero a reverenziale distanza dal mare, avvicinandosi solo quando il desiderio di diventare una grande potenza impose loro di costruirsi una flotta navale decente.
Nonostante ciò, l'abilità e un riconosciuto spirito pratico permise loro di lasciare il segno anche nel campo della pesca. Ne sono una prova le ingegnose peschiere progettate dagli ingegneri dell'epoca: come quella, visibile ancor oggi, costruita a Ventotene, isola dell'arcipelago pontino, per assicurare in ogni momento pesce fresco a Giulia, dissoluta figlia di Augusto, lì esiliata.    
Ma dove i Romani furono davvero innovativi fu nella pescicoltura. Fossero la pescosità di mari e fiumi o le scarse conoscenze tecniche, sta di fatto che nessuno prima di loro aveva tentato di allevare pesci (perlomeno in Europa: in Asia i cinesi già avevano cominciato a provarci). L'applicazione di tecniche elementari ma tutt'altro che improvvisati consentì loro di conseguire ottimi risultati. Tanto che questa pratica, soprattutto nelle zone lagunari comunicanti col mare, rimase un'eredità per gli uomini dei secoli che seguirono.
Cominciata come una necessità, in epoca imperiale la pescicoltura divenne un capriccio. Nelle fastose domus dei più ricchi cominciarono a comparire grandi

vasche per l'allevamento delle più pregiate specie di pesce. A spingerli non erano quasi mai esigenze gastronomiche, quanto il semplice desiderio di seguire la moda.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 16 del 18 maggio 2012 - anno II
GRECI, AI VOSTRI POSTI: TONNI IN VISTA
 
 

Il nostro viaggio settimanale nel tempo alla scoperta dei metodi di pesca utilizzati dai nostri antenati, ci porta tra i più grandi pescatori dell'antichità: i greci.
L’amor dei greci per tutto ciò che proveniva dal mare è facilmente comprensibile, con i fondali poco profondi la grande varietà di pesci, molluschi e crostacei che popolavano il loro mare.
Reti di tutte le forme e dimensioni, arpioni e tridenti, canne da pesca e nasse (specie di ceste con imboccatura ad imbuto) non c'era sistema di pesca che non conoscessero, nè pesce, grande o piccolo, che riuscisse a sfuggir loro. Erano di una tale bravura, da essere capaci di catturare persino le balene. Infatti, molti secoli prima dell'epopea che ispirò il romanzo di Moby Dick, cioè della disperata

lotta del capitano Akab e della mitica balena bianca, i greci erano già in grado di mettere in mare le barche e le tecniche necessarie a catturare questi enormi bestioni.

La pesca più importante rimaneva comunque quella del tonno. Il passaggio annuale di questo pesce negli stessi luoghi consentì a molti popoli mediterranei, pensiamo ai siciliani e alle loro tonnare, di mettere in piedi vere e proprie tecniche di cattura. I greci adottarono la seguente: alcuni "avvistatori", posti in alto sulla costa in modo da seguire i movimenti dei tonni, indicavano a gran voce ai pescatori come muovere le imbarcazioni. Con una serie di manovre, un gran numero di barche finiva così per disporsi in cerchio intorno al banco di tonni; quando il cerchio era stretto, ad un segnale convenuto i pescatori gettavano tutti insieme le reti ed il gioco era fatto.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 15 del 11 maggio 2012 - anno II
PESCE DELLE MIE BRAME, COME FARTI FINIRE NELLE MIE TRAME?
 
  Continuiamo il nostro viaggio nel tempo alla scoperta dei primi metodi di pesca utilizzati dai nostri antenati.  Abbiamo visto la scorsa settimana, come intorno a 20.000 anni fa gli uomini dell’epoca iniziarono ad usare ami fatti di spine per pescare nelle pozze e nei laghi poco profondi.
Per la pesca lungo le coste bisognerà attendere ancora qualche migliaio di anni, fino a che, i pescatori poterono avventurarsi con sicurezza in mare. Non erano le barche a mancare, ma i sistemi per governarle: non fu possibile infatti utilizzare la canoa scavata nel tronco d'albero e la zattera di giunchi in acque profonde fino al Neolitico, quando fu introdotto l'uso dei remi. 
I primi che trovarono il coraggio di prendere il largo, con sè portavano già alcuni attrezzi fondamentali, che in parte accompagneranno poi i pescatori di tutte le

epoche.
Sicuramente avevano con loro arco e frecce, inventati probabilmente nell'asia centrale 15 secoli fa (anche se nuove scoperte farebbero risalire l'invenzione a ben 46.000 anni fa, in Africa). Questa singolare pratica di pesca, che l'uomo col tempo l'abbandonò, a quei tempi si rivelò utile quanto efficace: con essa il caccia-pescatore poteva, ad esempio, tentare anche quei colpi difficili su cui non avrebbe osato rischiare un arpione, specie di lancia destinata principalmente alla caccia dei grossi pesci, di cui abbiamo notizie a partire dal 12.000 a.C..   L'ultimo strumento a comparire nelle barche degli uomini del neolitico furono le reti. Ultimo in ordine di comparsa, non certo d'importanza: fu questa decisiva invenzione, infatti, a permettere consistenti incrementi del pescato.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 14 del 4 maggio 2012 - anno II
TRA RACCOGLIERE E PESCARE C'È DI MEZZO PROPRIO IL MARE
 
 

Trovare tante proteine animali gustose e disponibili sulla spiaggia per l'uomo primitivo fu a lungo una vera e propria cuccagna. Ma questa attività di raccoglitore presentava il fastidioso difetto di dipendere dalle maree, dal tempo, dalle stagioni e da tanti altre cause molto poco dipendenti dalla sua volontà.
Così, il nostro antico progenitore si convinse di dover imparare in qualche modo a “raccogliere” quei pesci direttamente dall’acqua… ovvero doveva imparare a pescare.
Siccome non aveva nessuno che glielo insegnasse, gli inizi dell'uomo primitivo come pescatore furono tutt'altro che facili (se avete qualche dubbio provate a catturare un pesce con le mani e poi ne riparliamo). Le cose cominciarono ad assumere già un altro aspetto quando prese a far uso dei suoi primitivi strumenti di offesa, come la clava ed il giavellotto, per colpire i pesci che affioravano in

superficie. Di grande aiuto gli fu anche scoprire che, con sbarramenti fatti di pali e rami intrecciati, poteva intrappolare i pesci migratori di piccole dimensioni.
Si trattava di due tecniche che avevano qualche buona probabilità di successo nei torrenti e negli stagni, in quei piccoli corsi d'acqua cioè dove i pesci aveva poche vie di fuga. Ma risultava evidente che non funzionavano granchè in mare aperto, dove il pesce poteva fare marameo agli affamati pescatori e sgusciare via.
Pensare di catturare un pesce facendo ricorso ad un esca più o meno sistemata alla fine di un bastone, potrebbe sembrare semplice. Ma non dovette esserlo affatto agli albori della civiltà quando oltre ai mezzi, mancava anche l'esperienza. Cosa avrebbe fatto l'uomo senza lo spirito d'osservazione, l'intraprendenza e le capacità manuali, che seppe dimostrare anche in questa vicenda?
Probabilmente l'idea di prendere i pesci all'amo gli fu ispirata dalla tecnica di caccia consistente nel deporre qua e là esche per attrarre le prede. Se funziona con gli animali della terraferma, avranno pensato i nostri progenitori, perchè, con i dovuti accorgimenti, dovrebbe fallire con quelli acquatici? E non fallì, anche grazie all'invenzione di un utilissimo aggeggio: l'amo. O, per essere più precisi, qualcosa di vagamente simile ad esso. All'inizio, infatti, si trattava di un pezzetto di legno su cui veniva agganciata alla bene e meglio l'esca. Ben presto, però, gli uomini dell'epoca, (siamo intorno ai 20.000-15.000 anni fa) presero ad usare ami fatti di spine, sui quali era meno complicato incastrare il boccone. Procedimenti di lavorazione via via più perfezionati condussero infine gli artigiani della comunità ad inventare un amo di corno o osso resistente e flessibile, che sarebbe rimasto in uso fino all'avvento dei metalli.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 13 del 27 aprile 2012 - anno II
APNEA IN ALTA QUOTA
 
 

Alcuni anni fa il nostro amico Gianluca Genoni – campione mondiale di apnea - nell'ambito di un esperimento medico scientifico ha compiuto la prima immersione  in apnea a oltre 5.200 m di altitudine ai piedi dell’Everest.
In questo filmato realizzato nel 2003 in Nepal, ritorniamo a vivere con Gianluca i momenti più intensi di questa impresa che ha visto protagonista un uomo dal fisico eccezionale in condizioni eccezionali. 
Nessun uomo aveva mai praticato l’apnea in queste condizioni estreme a 5.200 metri di altitudine in un laghetto ai piedi dell’Everest . Gianluca, con la modestia che contraddistingue i grandi atleti si è messo a completa disposizione della scienza, per scoprire i limiti di un corpo umano molto allenato. 
L'attività fisica svolta ad alta quota è uno dei campi di applicazione più affascinanti della fisiologia dello sport e dell'esercizio fisico: le sfavorevoli condizioni ambientali, quali la ridotta pressione parziale dell'ossigeno e la temperatura ambientale, rendono necessario un processo di adattamento, denominato acclimatazione, per poter svolgere ragionevolmente attività normali.
La carenza di dati scientifici in letteratura spinge il fisiologo a studiare con

particolare attenzione ogni variabile che possa influenzare le capacità prestative dell'atleta, con il duplice scopo di ridurre i rischi e di raccogliere dati innovativi che, nel tempo, potranno avere rilevanza pratica nel mondo dell'attività subacquea.
Per parlare di uno dei limiti  superati dal nostro atleta basti pensare ai valori di saturazione arteriosa dell'ossigeno. Se respirando normalmente a livello del mare il valore di saturazione è del  99%, Gianluca nell’esperimento effettuato nella Piramide del Cnr, a 5.050 metri, in apnea a secco è sceso al 29%, una percentuale di morte clinica. Ricordiamo che al livello del mare a una persona normale viene messa la maschera a ossigeno se si scende all'80%!

Grazie  agli studi e alle ricerche che si stanno effettuando in questo campo e grazie ai nostri atleti ci saranno nuovi dati scientifici che forniranno risvolti fisiologici da studiare e da applicare per tutte le immersioni scientifiche, commerciali o militari da effettuarsi in acque polari o a bassa temperatura.

Katia Rossi

Vai all’articolo su Gianluca Genoni

 

Settimanale - n. 9 del 30 marzo 2012 - anno II
RELITTO BOMBARDIERE BR 20
 
 

Uno strumento di morte su cui è fiorita la vita.
Si racchiude una doppia tragedia nel precipitare e nell'affondare, lo sanno bene i subacquei che decidono di affrontare immersioni impegnative per raggiungere aerei che giacciono sul fondo del mare.
Il pensiero va a quegli istanti e all’equipaggio in volo intento ad affrontare il cielo. Poi il cielo diventa mare.
Il 13 giugno del 1940 il BR Cicogna tornava da una missione di guerra nei cieli di Tolone quando fu intercettato da un caccia francese e non ci fu più nulla da fare. Sotto i colpi sparati dal temibile pilota Pierre Le Gloan il bombardiere italiano si inabissò e con lui l’equipaggio di cinque persone, due dei quali morirono e tre riuscirono a salvarsi. Ciò che si delineava agli occhi dei superstiti era la costa Ligure di ponente, Ventimiglia, Ospedaletti, Sanremo.
Solo due giorni prima della tragedia Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra parlando da palazzo Venezia. Tutto era appena iniziato.
Costruito dalla Fiat nel 1936 il BR20 fornito di due motori da mille cavalli ciascuno e 2750 km di autonomia, partecipò alle azioni fin dall’inizio della seconda guerra

mondiale. Il bombardiere era considerato un vero strumento di morte, oggi, in fondo al mare ha trovato una nuova vita.
Un relitto una volta divenuto parte dell’ambiente non è solo testimonianza di una tragedia o di un naufragio, ma una volta in mare dopo lunghi anni viene colonizzato da molte forme di vita e offre un rifugio sicuro a molti animali.
Le strutture portanti del BR20 sono state attaccate prima di tutto da i batteri poi dalle alghe incrostanti e poi dagli animali appartenenti al coralligeno. Sul muso accartocciato dell’aereo a causa del forte impatto con l’acqua si sono formati anfratti ideali ad ospitare aragoste e scorfani. Quella del BR 20 è un'immersione impegnativa, le testimonianze storiche giacciono a 47 metri di profondità, su un fondo sabbioso, di fronte al paesino di Santo Stefano al Mare (Imperia), a circa un miglio e mezzo dalla costa.

Katia Rossi

CARATTERISTICHE TECNICHE DELL’AEREO

Costruttore FIAT S.A.
Tipo bombardiere leggero
Anno progettazione 1936
Progettista Celestino Rosatelli
Apertura alare 21,56 mt
Lunghezza 16,10 mt
Altezza 4,30 mt
Velocità 432 km/h a 5000 mt
Tangenza 9000 mt
Autonomia 2.750 km
Peso a vuoto 6500 kg
Motore 2 FIAT A 80 RC 41 a 18 cilindri radiali raffreddati ad aria da 1014 cv l’uno
Armamento 3 mitragliatrici e 1600 kg di bombe
Equipaggio 5 persone

 

Settimanale - n. 8 del 23 marzo 2012 - anno II
LA SUBACQUEA IN BIANCO E NERO
 
 

Esplorare i fondali marini è stato da sempre il sogno dell’uomo, un po’ come volare…ma la possibilità di scendere in profondità  continuando a respirare è nata solo dopo la seconda guerra mondiale, quando è stato possibile respirare con l’ARA ( autorespiratore ad aria ) grazie all’invenzione dell’ingegner Emile Gagnan e del tenente navale francese Jacques-Yves Cousteau.
Gagnan e Cousteau furono tra i protagonisti di un mondo che intorno agli anni 50 ha il suo primo importante sviluppo, lo scopo della subacquea a quei tempi era legato soprattutto alla pesca subacquea e una piccola parte legata alla fotografia e alle cine-riprese subacquee.
Definiti uomini al di fuori del normale i primi subacquei esploravano i silenzi del mare e sfidavano i mostri degli abissi. La subacquea resta uno sport per pochi fino a quando personaggi come Egidio Cressi e Ludovico Mares  diedero impulso alla costruzione di materiali subacquei permettendo la nascita delle prime scuole in Italia.  Forse il mare iniziava a fare meno paura.
Erano anni in cui uomini di ferro come Duilio Marcante  iniziavano a strutturare  e organizzare il metodo didattico italiano, mirato all'avvicinamento alla subacquea,

sviluppatosi poi fin dal 1957 nei corsi della Federazione Italiana Pesca Sportiva ed Attività Subacquee (FIPSAS).
“Erano anni in cui indossare un orologio subacqueo bastava a definire quell’uomo un uomo macho, fuori dalla norma. Oggi le cose sappiamo son ben diverse. Negli anni 80 la subacquea esce dal “bianco e nero” con l’avvento delle prime didattiche americane tendenti a commercializzare questo sport, avviene così un cambiamento epocale che porta la nascita della subacquea moderna, con i brevi corsi aperti a tutti e un mondo meno affascinante ma sicuramente a colori sgargianti.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 7 del 9 marzo 2012 - anno II
IL TRABUCCO, UN PERENNE EQUILIBRIO TRA TERRA E MARE PROPRIO COME… LA PESCA.
 
Trabucco  

Tra le torri di avvistamento sparse per l’intera area del promontorio del Gargano e la placida immensità del mare Adriatico, si stagliano severi nella loro umiltà come giganteschi ragni di legno i Trabucchi. Sono antiche strutture per la pratica della pesca a vista ed i trabuccolanti, cioè i pescatori che li impiegano, non sono propriamente uomini di mare perchè il trabucco permette loro di pescare senza doversi inoltrare per mare.
Il trabucco è il più antico attrezzo per la pesca professionale tipico dei pescatori del Gargano, frutto dell'ingegnosità dei pescatori di un tempo, impegnati nel dare alla pesca una sicurezza non minacciata dalle avverse condizioni meteo-marine.
È costruito interamente con grossi tronchi di legno marino e lunghe braccia sempre di legno con al centro una grande rete.
Sono posizionati lì dove il mare presenta una profondità adeguata, almeno 5 m, e fondali sabbiosi ed orientati in genere verso sud-est o nord-ovest in modo da poter sfruttare favorevolmente le correnti.
I trabucchi sono strutture da pesca fisse in legno di Pino d’Aleppo, tipica vegetazione pugliese, formate da una piattaforma e da lunghi pali detti

“antenne” che sporgono verso la superficie marina per alcune decine di metri, che con un sistema di funi e carrucole trattengono una trabucco, la grande rete a maglie strette calata in acqua, detta “trabocchetto”, da qui il nome, in cui cade il pesce.
La rete, mossa da un complesso sistema di argani, viene calata in mare e al momento giusto viene tirata su tirando fuori il pesce, in passato, fino a 10 quintali al giorno.
Si chiama anche “pesca a vista”, i trabucchi sono diffusi nella zona costiera tra Peschici e Vieste.
Ogni asse, ogni fune, ogni chiodo recuperato chissà dove, ha la propria funzione, una ragione per essere là dove si trova. La loro bellezza, quindi, é assolutamente casuale.
Sono letteralmente in bilico tra terra e mare, una scelta legata alla circolazione delle correnti che in quei punti, incontrandosi, dovrebbero portare grandi quantità di pesce tra cui cefali e spigole.
Gli uomini che lavorano sui trabucchi sono in genere quattro, uno dei quali svolge compiti di vedetta sporgendosi verso il mare aggrappato ad un palo orizzontale mentre agli altri spetta il gravoso compito di calare e issare la rete facendo girare con la forza delle sole braccia un argano a pavimento. Questo tipo di pesca è ormai fortemente in disuso così come lo sono le stesse storiche costruzioni alcune delle quali,fino a poco tempo fa, rischiavano il degrado.
Grazie all’impegno di alcune organizzazioni ambientaliste i trabucchi sono ora salvaguardati da una apposita legge che li considera veri e propri monumenti.
Il più antico, il trabucco “San Francesco” che si trova a Vieste e che è stato costruito più di cento anni fa è tutt’ora operativo grazie al WWF che organizza operazioni di pesca tradizionale.
Alcuni sono stati ricostruiti negli ultimi anni, ma hanno però perso da tempo la loro funzione economica che nei secoli scorsi ne faceva la principale fonte di sostentamento di intere famiglie. Oggi che il mare é diventato povero di frutti, la pesca dal trabocco é più uno svago domenicale che un'attività economica.
Oggi alcuni trabucchi si stanno trasformando in ristoranti, pronti per una nuova pesca… di turisti.

Katia Rossi

 

Settimanale - n. 3 del 27 gennaio 2012 - anno II
SPORT E MARINA
 

La diffusione della pratica sportiva fra il personale della Marina Militare ha origine lontanissime: fin dal 1935.
Agli inizi gli sport più comunemente praticati furono quelli più vicini al mare: la voga (canoa e canottaggio) e il nuoto (nuoto, pallanuoto e nuoto per salvamento) raggiungendo peraltro anche buoni risultati agonistici.
Consapevole di ciò, ma anche del valore sociale dello sport nonché delle possibilità di specializzazione professionale che il Corpo della Marina poteva offrire ai giovani che lo praticavano, la Marina Militare Italiana ha da sempre attribuito un’importanza fondamentale alla formazione velica del personale mediante un’attività assai articolata.
Tanto mediante l’“Attività Velica Formativa” che si svolge presso gli Istituti di Formazione (Scuole Navali, Accademie e Scuole Sottufficiali), quanto mediante l’“Attività Addestrativa” e quella “Agonistica” che prevede infatti la partecipazione e l’organizzazione di specifiche regate veliche.
Al di là della bontà dei risultati agonistici conseguiti, la presenza della pratica sportiva tra le attività della Marina, assume anche valore di specializzazione professionale offrendo infatti l’opportunità di conseguire diplomi e attestati riconosciuti anche dal Coni e pertanto utili anche per attività lavorative che si dovessero svolgere al di fuori del Corpo d’Armata (piscine, palestre, club e centri sportivi).
Quei giovani infatti che, impegnati o nel servizio di leva o nella leva volontaria, svolgessero già un’attività sportiva specifica sia di interesse nazionale, sia a livello dilettantistico, possono continuare a praticare la propria disciplina sportiva anche durante il servizio di leva, avvalendosi dei Centri Sportivi della Marina Militare, mentre nel frattempo possono aggiungere un titolo in più al proprio curriculum sportivo e professionale.

Katia Rossi